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(1) Nel sito
abitativo di S.Martino, era funzionante un mulino da
farina, detto "mulino di cima" (sul lato
sinistro, all'inizio dell'attuale Via S.Martino): colui
che lo riceveva in conduzione, oltre alla
somma per l'aggiudicazione, era tenuto al pagamento della
decima, prima al capitolo di Sarzana, e successivamente
(sec.XVIII), in favore del parroco di quella comunità,
consistente in 32 secchie di grano; il costo, dunque,
risultava così oneroso che non si trovava più nessuno
disposto a fare offerte convenienti per l'affitto dei
mulini di S.Martino e di quello di Figliola, gravato
anch'esso di un contributo di 35 secchie di grano;
così questi mulini, per lo più, finivano per rimanere
chiusi con gravissimo danno della comunità.
Nel 1722 perciò, gli ufficiali del Comune
deliberarono di obbligare per nove anni (al termine dei
quali l'obbligo fu rinnovato per altri nove)
gli abitanti di Ortonovo,
a macinare almeno una mina di grano o di altre
vettovaglie (grano, mistura, miglio, panico o castagne)
ai suddetti mulini, con il privilegio, però, di avere la
precedenza rispetto ai forestieri; chi non osservava
questo decreto era ugualmente tenuto al pagamento
dell'onere corrispondente. Fin di tempi antichi, nella
gora del mulino comunale di S.Martino esisteva ed esiste tuttora
una muraglia di pietra per lavare il bucato, fabbricata a spese del comune.
Un tale provvedimento non sorprende, poichè
il mulino, fin dai tempi passati, rappresentava un luogo
di incontro e di socializzazione per la popolazione del circondario.
(2) Oltre al mulino, in località S.Martino, erano
stati costruiti due torchi, detti "di
sopra" o "verso la porta" e "di
sotto" ovvero "verso la Ghiara"; questi
edifici venivano periodicamente concessi in affitto in
una pubblica callega. Sulla vecchia mulattiera che conduce alla
chiesetta, è ancora presente, forte della sua serena
grandezza, uno uno dei vecchi frantoi di S.Martino con
i suoi enormi ulivi centenari. La raccolta delle olive
era compiuta dopo i Santi, sia con le mani che con i
teli, mentre la sbattitura migliore veniva effettuata
dopo l'Epifania, con canne vecchie di un anno dette
"moschetti". La pasta delle olive veniva
macinata per circa quarantacinque minuti; nove secchie di
olive (circa 180 chili), venivano consegnate ai
frantolai. La prima pressatura era eseguita a mano dal
torchiaio tramite un arnese chiamato
"stanghetta": quello ottenuto era il primo
olio, quello più puro e lucente; quando poi tutto era
stato "stangato", veniva passato
l'"arganetto", sostenuto dalle robuste spalle
dei torchiai che lo facevano ruotare; le grandi bruscole
(sacchi di canapa che contenevano la pasta di olive
durante la pressatura) venivano successivamente lavate
con acqua calda per facilitare la caduta dell'olio nel
secchione, dal quale, venendo a galla, era raccolto
mediante una specie di grosso mestolo.
Al torchiaio spettavano tre libbre d'olio (quasi
un chilo), oltre alla sansa che, sottoposta ad una
seconda e più delicata lavorazione, forniva un olio meno
corposo, ma non meno saporito del primo. Tutto il
composto veniva poi messo in una vasca ed impastato per
mezzo di un rastrello che girando separava la buccia
dell'oliva, facendola venire a galla; dalle bucce
raccolte e poste sotto pressa, si ricavava un olio più
umile e modesto, utilizzato per le fritture. Tutto era
sfruttato, perfino la rimanenza di quest'olio era dato
agli anziani che lo mettevano nelle lucerne durante la
settimana Santa, illuminando a festa i crocicchi delle
strade e ed i davanzali fioriti delle cascine; neanche
l'acqua della seconda lavatura veniva sprecata, ma
lasciata in una vasca particolare, detta
"bozza", per circa un mese, trascorso il quale
diveniva dura e pastosa, satura dei residui della sansa e
dei noccioli, e quindi utilizzata come combustibile. Il
trasporto dell'olio avveniva in barili di
castagno, oppure in saccocce di pelle di capra, adagiate
sul dorso dei muli; quindi l'olio veniva messo a riposare
nelle conche di marmo o in coppi di coccio.
(3) Oltrepassando l'antico ponte detto
di S.Martino fatto costruire in legno nel Trecento, e, dopo
innumerevoli restauri, ricostruito in pietra, giungiamo
infine alla chiesetta di S.Martino, pieve di epoca
longobarda; oggi, sebbene ristrutturata, essa mostra
ancora evidenti le sue linee in stile romanico; si trova
a lato del cimitero, sopraelevata rispetto alla strada,
poichè era stata costruita sulla via che collegava i due
castelli di Ortonovo e Nicola; presenta pareti costruite
in grandi bozze di arenaria che, circa un paio di metri
prima della facciata, si mutano in massi più
piccoli, come quelli della stessa facciata, segno che
l'edificio venne allungato in avanti. Su ognuno dei muri laterali si aprono due finestrelle,
con archetto a fornice; quelle che guardano a mezzogiorno hanno l'arco
di marmo certamente proveniente da Luni, così come gli stipiti della porta dello stesso lato.
Il campanile conserva
quasi totalmente la sua struttura originaria. All'interno
della chiesa, non appare più nulla di antico; solo vi si
ammira, a sorreggere il pulpito, una bella colonna di
caristio. Le lapidi mortuarie del pavimento testimoniano
anche qui l'onore, riservato a pochi, della sepoltura in
chiesa. Una di queste lapidi è legata ad un singolare
episodio di violento campanilismo, avvenuto fra gli
uomini della frazione di Ortonovo e quelli di Casano: una
sera di marzo dell'anno 1861, infatti, alcuni ortonovesi,
quasi tutti armati di bastoni, capitanati dall'assessore
supplente e capitano della Guardia Nazionale, Cesare
Maberini, e dal consigliere Domenico Beggi, si diressero
alla volta della chiesa di Casano e,
trovarono il massaro Michele Corsi, che obbligarono ad
entrare con la forza nella cappella, affinchè
consegnasse loro il cero pasquale; poichè questi rispose
che non lo aveva, gli ortonovesi abbatterono le porte della
sacrestia, aprirono a forza casse e cassette in cui si
conservavano i sacri arredi, ruppero diverse candele ed
il suddetto coperchio di marmo di un antico sepolcro (la
frattura è ancora ben visibile); infine, trovarono un
pezzo di cero usato e se lo portarono via trionfalmente.
Quale origine aveva questo episodio? Nei giorni
precedenti a quel fatto, la Fabriceria di Ortonovo aveva
deciso una permuta di stabili, cioè uno scambio di
terre, nel quale la chiesa di S.Martino veniva fortemente
danneggiata; da tempi lontanissimi, la parrocchiale di
S.Martino era solita inviare il cero pasquale a quella di
S.Lorenzo di Ortonovo; in quell'occasione il
massaro di S.Martino informò l'abate di Ortonovo che gli
avrebbe prestato il cero solo se gli ortonovesi avessero
riconosciuto i loro diritti: ma poichè gli ortonovesi rifiutarono,
gli abitanti di Casano decisero a loro volta di non prestare
il cero. Allora gli ortonovesi passarono alle vie di
fatto, organizzando una spedizione punitiva.
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